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IPTV

05/11/07

IPTV failed to meet expectations: can regulation do the trick?

Il 9 e 10 novembre si terrà la conferenza annuale della Società Italiana di Diritto ed Economia (side-isle.it) alla Bocconi. Assieme agli amici e coautori Eugenio e Vincenzo presenterò un paper che abbiamo recentemente realizzato nel quale analizziamo alcuni degli aspetti che stanno frenando lo sviluppo dell'IPTV.

Ecco per chi fosse interessato il paper completo da poter scaricare.

19/07/07

L'IPTV che non c'è

Mentre la tv tradizionale sta facendo i conti con la flessione di pubblico (e ricavi pubblicitari) alla quale è soggetta da qualche tempo a questa parte, intaccata com’è non solo dalla concorrenza ma anche dalle nuove attitudini del consumo mediale della cosiddetta Martini Generation (dal payoff “anytime, anyplace, anywhere” della famosa bevanda) ovvero delle generazioni cresciute in mezzo all’individualità del rapporto utente-contenuto, dove è l’utente e non l’emittente a scegliere cosa, dove e quando vedere un video, sembra che le offerte di IPTV proposte dagli operatori di telecomunicazioni stiano ricevendo una risposta tiepida dal mercato.

I numeri ad oggi sono piccoli: osservando cosa accade in Europa ci accorgiamo che i sottoscrittori di IPTV non superano nei casi migliori il 14% degli accessi a larga banda degli operatori, attestandosi in media al di sotto del 10%. Migliore il caso di FastWeb in Italia con una penetrazione attorno al 16%. In numeri assoluti parliamo di bacini d’utenza composti al massimo da qualche centinaio di migliaio di utenti per operatore. Troppo pochi per interessare gli inserzionisti pubblicitari, troppo pochi per recuperare i costi dell’acquisizione dei diritti di trasmissione per i contenuti di nicchia, quelli che costruiscono la coda (più media che lunga) dell’offerta, troppo pochi per stemperare i costi di comodato d’uso, supporto e manutenzione dei set-top-box che gli operatori devono fornire alla clientela affinchè aderisca alle offerte di IPTV. Ed i trend non sono confortanti: in media i sottoscrittori di IPTV crescono per l’operatore più lentamente degli abbonati di connettività.

Se i numeri sono piccoli ed i trend poco entusiasmanti, probabilmente i destinatari del servizio IPTV non gli riconoscono un valore supplementare rispetto alla televisione vie etere sufficiente a stimolarne la sottoscrizione. Cosa frena l’adesione in massa degli utenti ad un servizio che, nelle sue potenzialità, avrebbe tanto in più da offrire? E’ sufficiente confezionare l’offerta di contenuti con gli abituali canali lineari, aggiungere un po’ di materiale di magazzino, qualche contenuto premium, il tutto insaporito dalle funzionalità on-demand per smuovere la gran massa di possessori di televisori? O è necessario proporre cose nuove, dove nuove significa soprattutto non realizzabili in precedenza?

Così come con il pennello dipingerà un quadro e con lo scalpello estrarrà dal marmo un busto, l’artista produrrà risultati diversi per raffigurare un medesimo soggetto a seconda di che cosa tiene in mano. E come la mano dell’artista è guidata dallo strumento a disposizione, anche lo sviluppo di nuovi format televisivi e di nuovi servizi è condizionata dallo strumento tecnologico intermedio che c’è tra produttore ed utente.

Mezzo secolo di televisione, condizionata dall’unidirezionalità del sistema trasmissivo, ha affinato lo sviluppo di una programmazione pensata per uno spettatore completamente passivo, suddivisa in reti per distinguere le linea editoriali e distribuita su fasce orarie per centrare le caratteristiche socioanagrafiche del telespettatore. Ma già la (parziale) interattività introdotta in tempi recenti dall’impiego degli sms per ricevere le votazioni dei telespettatori (come le “nomination” dei reality) ha mostrato come sia efficacie far dipendere l’evoluzione del programma dal coinvolgimento del pubblico a casa, con risultati molto interessanti per gradimento e fidelizzazione. Immaginiamo cosa non si possa realizzare grazie all’estremo grado di interattività che le tecnologie IPTV consentono. Queste pur garantendo al mezzo televisivo il mantenimento della sua tipicità, mettono in grado gli autori i programmatori di palinsesti, gli ideatori delle campagne pubblicitarie, gli organizzatori di televendite, etc.. di sfruttare tutte le possibilità normalmente disponibili nel mondo Internet ma confezionandole in modo da essere familiari e gradite dall’intera odierna platea televisiva, e non solo gli utenti più tecnologici. L’IPTV rappresenta un formidabile strumento per consentire la crescita del sistema televisivo, oggi come oggi oramai plafonato nel suo sviluppo ed appiattito nell’offerta, sia per soddisfare al meglio le esigenze del pubblico tradizionale e per centrare le esigenze nelle nuove generazioni. La psicologia dell’interazione tra persone e contenuti televisivi è probabilmente una delle frontiere più interessanti da esplorare (e già la troviamo tra le competenze degli autori di quei prodotti di intrattenimento che sposano sceneggiatura ad interazione dello spettatore-attore, cioè i videogiochi), ed è critica per il successo delle proposte editoriali. Riguarda sia il confezionamento di contenuti, sia il modo con il quale l’utente interagisce con le funzionalità offerte dal sistema.

L’IPTV non solo semplice on-demand quindi. Ma l’industria televisiva per potersi dedicare allo sviluppo di nuovi format e nuovi servizi innovativi, ha bisogno di interfacciarsi tecnicamente in modo uniforme con tutti gli operatori di rete e di poter così raggiungere con dei servizi omogenei una platea televisiva la più estesa possibile. Ad oggi però l’IPTV è costituita da una molteplicità di piattaforme molto variegate fra loro per funzionalità e caratteristiche tecniche, in quanto nate ed impiegate per consentire agli operatori di telecomunicazione di svolgere un’attività di rivendita di contenuti multimediali rivolta esclusivamente alla propria clientela di banda larga. Bisognerà pertanto attendere che l’evoluzione tecnologica porti ad una standardizzazione della tecnologia prima di poter sederci in poltrona ed assistere al vero futuro della televisione.
[pubblicato sul ilSole24Ore / Nòva del 19 luglio 2007, pag. 1 e 2, con il titolo "Il Movimento dell'immagine, le trasformazioni della tv nell'era di internet"]

07/06/07

Tutti quelli che sono nati digitali

Qualche giorno fa, al termine di una lezione sull’evoluzione dei sistemi di comunicazione agli studenti di Scienze Politiche dell'Università di Roma Tre, ho chiesto se notassero differenze tra l'atteggiamento dei propri fratelli quindicenni nei confronti della Televisione rispetto a quello proprio di quando avevano loro quell’età.

Le risposte sono state molto interessanti: hanno affermato che i fratellini stanno dando molta meno importanza al mezzo televisivo di quanto loro stessi non stiano dando e non abbiano dato nella propria adolescenza, minore per ruolo ed utilizzo, una netta diminuzione della centralità del mezzo televisivo nelle attività quotidiane. Mezzo meno usato, e usato diversamente rispetto al passato.

Anche per Internet è emersa una fondamentale differenza, pur considerandola per se irrinunciabile, gli studenti affermano di considerarla solo uno strumento, mentre i fratelli quindicenni la considerano un pezzo della propria vita, del proprio essere: non strumento, bensì protesi. Non solo un sistema per informarsi, intrattenersi e comunicare, ma per sviluppare la propria socialità, esprimere la propria personalità, espandere la fantasia, affermare la propria individualità.

Non è un fatto anagrafico, bensì generazionale.

Il posizionamento anagrafico rafforza certi atteggiamenti, ma non li determina.
Douglas Adams diceva "Tutto ciò che abbiamo già attorno quando nasciamo, ci appare semplicemente una cosa normale". E' la differenza tra chi acquisisce una nuova condizione, e chi ci nasce in quella condizione.

Da bambino avevo a disposizione solo la TV dei Ragazzi, all'epoca c'erano solo due canali, ed in casa un solo televisore ed un solo telefono.

Un adolescente di oggi è nato in mezzo a centinaia di canali televisivi e radio private, e soprattutto in mezzo ai telefonini, alla realtà virtuale, ai computer, ad internet. Ha visto come normale ciò che per gli altri è stato vissuto come un cambio epocale, enormi gradi di libertà in più rispetto a qualsiasi altra generazione, nella fruizione e nella creazione.

Non è costretto come prima di lui fratelli e genitori, a sorbirsi e concentrarsi solo sulla limitata selezione (altrui) di cartoni animati e telefilm dei soliti canali TV. Oggi la scelta la fa da se, è lui che grazie a YouTube, MySpaces, BitTorrent, ma anche SecondLife, etc.. si ritaglia addosso la propria selezione personale d'intrattenimento ed informazione come fosse un vestito sartoriale, potendo sia produrre che “essere” un contenuto, facendolo diventare un pezzetto dell’intrattenimento e dell’informazione altrui.

L’adolescente d'oggi cavalca la coda lunga, l’asintotico insieme di nicchie che costituiscono l’infinita quantità d'offerta oggi disponibile.

Tra soli tre anni l’odierno adolescente entrerà gradatamente nel target preferito dell’industria e della pubblicità, sostituendo via via le generazioni precedenti. Ma non cambierà più il proprio nuovo atteggiamento nella fruizione mediale, cambierà solo i criteri di selezione.

Sapranno gli attuali strumenti di misura del consumo mediale, nati nell’era precedente per misurare il consumo tradizionale, fotografare correttamente il suo comportamento?
[pubblicato sul ilSole24Ore / Nòva del 7 giugno 2007, pag. 9]

06/02/07

Che cosa è una nassa?

La nassa è una "trappola per pesci"

Una nassa, per esser tale, ha tre caratteristiche:

- ha dentro un'esca che attrae la preda
- ha una via di accesso semplice e comoda
- una volta dentro la preda non può più uscire o ha soverchie difficoltà per farlo;

Nassa

Spesso i business model e le business strategy sono pensati per essere una nassa. Si realizza un prodotto, un servizio, un accordo che sia invitante, interessante, goloso. Ma si ergono barriere all'uscita tipicamente basate su una qualche forma di esclusiva. Puo' essere un'esclusiva tecnologica, puo' essere un protocollo proprietario. E l'esponenzializzazione del numero di prede catturate si realizza costruendo una qualche forma di elementi di relazione tra le prede, si costituisce cioè un sistema, non solo una customer base. Ed un sistema, a differenza di una semplice customer base, costituisce una massa gravitazionale, più è grossa più ne attira e meno ne lascia scappare. E' il cosiddetto net-effect, ben teorizzato da Metcalfe (e revisionato da Odlizko e Tilly, e da Reed).

Sulle tecnologie e servizi basate sulla Rete questo tipo di nassa spesso si traduce nell'asso pigliatutto (The Winner Takes It All), ovvero nella creazione di un buco nero, un monopolio di un unico soggetto in una particolare attività o servizio. Si compete un po' solo all'inizio, poi uno e solo uno prende la volata e aumenta la sua massa, attraendo utenti/clienti e non lasciandoli uscire, come appunto in un buco nero. E come un buco nero attira ed inghiotte anche materia dei sistemi vicini: in un monopolio basato sul net-effect i mercati adiacenti e quelli derivati sono a rischio.

IPTV, quali regole per evitare monopoli

Eugenio Prosperetti ha sollevato in un suo post alcuni temi interessanti. Riprendo qui un paio dei miei commenti che avevo lì postato, per tenere viva l'attenzione sul tema: il monopolio in genere è cosa brutta, ma quando vi è di mezzo il pluralismo dell'innovazione e della comunicazione di massa è cosa pessima. L'IPTV sarà, forse, l'evoluzione della televisione che sostituirà progressivamente quella tradizionale. L'aumento dei gradi di libertà a disposizione dell'utente per l'autodeterminazione nella fruizione dei contenuti, e quelli a disposizione di chi confeziona programmi e servizi correlati che consentono di sviluppare nuovi format e differenziare meglio l'audience, spingerà utenza e produttori in questa direzione.

Il pericolo di monopolizzazione deriva dal percorso obbligato che i contenuti (ed i servizi correlati) fanno per arrivare al pubblico. La strada che percorrono è costituita da una serie di elementi tecnologici concatenati, se sono controllati da un unica entità, è questa a scegliere cosa puo', cosa non puo' e a che condizioni, arrivare al pubblico connesso a questa infrastruttura. Da qui la necessità di interrogarci su quali regole vadano applicate al nascente universo della IPTV, universo schizofrenico, somma di due mondi opposti, quello dell'estremo controllo e pianificazione (la tv broadcast tradizionale) e quello della massima libertà ed anarchia (internet), quello delle attività editoriali e relativa regolamentazione a difesa del pluralismo informativo e della tutela degli spettatori (TV), e quello della trasmissione dati (adsl et similia) e relative regole procompetitive a supporto della concorrenza tra operatori di rete.

Eugenio nel suo post si interrogava su quanto delle regole del mondo "editoriale" debba traslarsi sul mondo della IPTV e quanto delle regole del mondo TLC. Il dubbio è corretto. Prima della cosiddetta "convergenza" il mondo era (più) semplice. Nell'odierna era della convergenza la complessità è aumentata e di molto. E convergenza dev'essere, imho, anche e sopratutto nelle regole, non solo nella tecnologia. Convergenza nelle regole, nelle norme, significa accettare il fatto che il paradigma è cambiato, che il diaframma tra i due mondi è stato tolto, che regolamentare, oggi, richiede nuove competenze da parte dei legislatori e dei regolatori. Il giurista non basta più. Appena sufficiente il giurista-economista. Indispensabile invece il giurista-economista-ingegnere. Questo mondo ha per fondamenta la tecnologia, se non la capisci, se non la conosci, non sei in grado di coglierne le implicazioni prospettiche e nemmeno quelle quotidiane.

Uno degli interrogativi posti da Eugenio nel suo post riguardava l'equivalenza e l'ambivalenza dei "bit". Ovvero quanto questi dovessero essere osservati esclusivamente come "vettori neutrali di particelle informatiche arbitrarie" o come "elementi di un contenuto editoriale". Il quesito, anche se lo puo' sembrare, non è accademico. Una regolamentazione che propenda più da una parte che dall'altra (invece che considerare la fusione complessa delle due sponde) puo' determinare il mantenimento e/o il rafforzamento degli attuali mono/oligo-poli nel settore della TV e/o spostarlo in quello delle TLC.

Come iniziale contributo a questi interrogativi avevo postato:
 

ciao Eugenio,
queste tue considerazioni sono senz'altro un punto critico da (cercare di) mettere meglio a fuoco

>Alcuni tuttavia affermano che "i bit sono tutti uguali", questo è molto vero da un punto di vista astratto e tecnico.
>Non è vero da un punto di vista regolamentare.
>Sarebbe come dire, facendo un paragone con i trasporti, che "i veicoli che circolano sulle strade sono tutti uguali".

ed in particolare

>Certo, hanno tutti un motore e ruote ma ciò che trasportano (persone o merci, legalmente o illegalmente, per profitto o per svago) cambia molto le regole che ad essi si applicano.

corretto: le regole per i veicoli a motore tendono in generale a tutelare:
- l'incolumità delle persone/merci trasportate
- i perimetri competitivi

ma le strade non discriminano l'accesso di quel o quell'altro mezzo alla viabilità pubblica

chi gestisce le strade, cioè il nastro d'asfalto (comunali, provinciali, nazionali, autostradali) si può definire nella metafora tlc una "net-co"

chi gestisce un servizio basato su ruote (dhl, tassisti, nolleggiatori, ..), una server-co

(per approfondimenti sul perchè ed il percome delle net-co e delle server-co leggi Stefano Quintarelli)

se manteniamo distinti i ruoli allora è più facile affrontare il discorso. Se ragioniamo in modo verticalmente integrato la cosa si aggroviglia.

Le televisioni nella loro accezione tradizionale sono l'integrazione tra produzione/aggregazione di contenuti e l'infrastruttura di trasporto e distribuzione all'utenza.

Chiunque in passato si sia dilettato a metter su una radio o una tv privata se lo ricorda bene, l'operazione significava non solo allestire gli studi, le regie, gli speaker ed i dischi, ma anche acquisire e gestire antenne e trasmettitori. E quindi non solo competere con la qualità dei contenuti, ma anche con la capacità di illuminazione del territorio. Ovvero combattere a colpi di watt del trasmettitore (e sul numero dei ripetitori/frequenze, quindi watt aggregati). Cioè competere sull'accesso e sfruttamento della risorsa scarsa, l'etere, il gotomarket.

E per la tv oltre a tutto ciò, c'è (c'è stata, i giochi oramai son stati fatti) anche la competizione per una risorsa ancora più scarsa: i pulsanti del telecomando.

E' evidente che riuscire a regolamentare in modo equo e non discriminatorio una tale situazione è un'operazione pressocchè impossibile. Perchè l'integrazione verticale complica di per se le cose, e perchè la regolamentazione è intervenuta ex-post rispetto allo stratificarsi e cementificarsi dei problemi. Le radio e tv private sono nate in un momento di totale vacanza regolatoria, sia per gli aspetti tecnici (frequenze, potenze, licenze, ..) che antitrust (pubblicità, ..).

Ricordiamoci che più scarsa è una risorsa (scarsità naturale o artificiale), maggiore è la probabilità di oligopolio o peggio di monopolio.

La situazione sarebbe stata molto diversa se, già all'epoca si fosse potuto tecnicamente e previsto regolatoriamente, un'obbligo di separazione tra l'esercizio di una rete di trasporto (i ripetitori e le frequenze) e l'attività di editore radiotelevisivo, (e magari anche della raccolta pubblicitaria).

Osservo inoltre che la scala graduata delle frequenze dei vecchi ricevitori fm dove si doveva girare la manopola spostando l'indice per sintonizzarsi su un emittente, garantiva ovviamente un maggior pluralismo del telecomando, perhcè consentiva la sintonizzazione casuale su molte altre/nuove emittenti mentre si era alla ricerca di quella preferita. (sulla rete tale libertà è rappresentata dai motori di ricerca. I portali invece, come ad esempio "rosso alice" sono più simili ad un telecomando tv, pochi slot per i contenuti)

Allora, tutto ciò per dire che, forti dell'esperienza passata sulla tv tradizionale, per evitare la monopolizzazione tecnologica e/o editoriale dell'IPTV, è importante, sul piano regolamentare:
- obbligare l'obbligo di separazione societaria/proprietaria tra infrastrutture di gotomarket (reti wireless, reti cablate), prodotti editoriali e servizi over-the-net (l'iptv è interattiva, non solo contenuti ma anche servizi di vario genere)
- obbligo di interoperabilità sulla catena tecnologica (per evitare monopoli sui sistemi di fruizione e di immissione in rete dei contenuti e servizi)
- particolari attenzioni su garanzie di apertura ed interoperabilità delle EPG (per evitare fenomeni di "oligarchizzazione del telecomando").