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27/02/08

Lettera aperta a Bruno Vespa

Qualche giorno fa, il 21 febbraio, a Porta a Porta, il dott.Vespa e gli ospiti presenti discutendo sui costumi ed i disagi sociali giovanili e quelli adolescenziali in particolare, hanno fatto riferimento ad Internet utilizzando alcuni luoghi comuni piuttosto qualunquistici, per usare un eufemismo.

Non è la prima volta che accade in televisione, nè è la prima volta che accade a Porta a Porta, nè addirittura è la prima volta che lo stesso dott.Vespa svilisce l'importanza ed il ruolo di Internet di fronte al suo pubblico.

Tutti coloro che conoscono veramente la rete (sia sul piano tecnologico che sul piano socioculturale) perchè l'hanno sviluppata, perché la sviluppano e/o perché la vivono dal di dentro, cioè tutti coloro che ne conoscono professionalmente le dinamiche, le possibilità, le conseguenze, nel sentire affermazioni come quelle ascoltate l'altra sera non possono che avere un motto di ripulsa.

E il motto di ripulsa non deriva solamente dall’essere punti sul vivo su un tema caro, ma anche e soprattutto per la consapevolezza che un tale livello di disinformazione e demonizzazione fa male al sistema Paese, in particolar modo quando viene espresso da un pulpito come quello di Porta a Porta molto seguito e considerato autorevole non solo, ma in particolar modo, dalle fasce più deboli culturalmente.

Discutere pubblicamente dei problemi sociali che la rete svela è importante, ma va fatto mettendo nella giusta relazione gli effetti e le loro cause, evitando quelle considerazioni semplicistiche che derivano da una, spesso inconsapevole, superficialità conoscitiva. E' importante perchè altrimenti si confondono gli effetti con le cause, e non si affrontano alla radice i problemi che si desidera combattere. La disinformazione che viene spesso fatta su Internet e lo sfruttamento scandalistico di alcuni suoi epifenomeni non ne rallenta la diffusione presso il pubblico competente, ma ne frena l'adozione proprio nel pubblico più bisognoso di informazione ed informatizzazione (e nelle persone la cui cultura si è cristallizzata su paradigmi in fase di declino), spostando più in là nel tempo l'occasione di far crescere questo Paese.

Infondere timori, ignoranza, malainformazione nel pubblico anziché fornire una corretta conoscenza e svilupparne il senso critico, è un delitto a mio avviso non inferiore a quelli che tutti abitualmente condanniamo. In particolar modo quando si gode di stima ed ampia audience.

E’ stato il post di Marco Camisani Calzolari a rendere noto anche a chi tra di noi non guarda Porta a Porta, dell’offensiva superficialità con la quale è stata descritta la Rete. E’ stato cioè proprio grazie alla Rete che molte persone hanno potuto venire a conoscenza, guardare le puntate arretrate, discutere tra loro, e sviluppare, su proposta di Stefano, una risposta da inoltrare a Bruno Vespa.

Ecco di seguito la lettera aperta compilata a più mani da sottoscrittori della stessa, inoltrata quest’oggi al direttore di Porta a Porta:


Egregio Dott. Vespa,

Internet raggiunge nel mondo oltre un miliardo di utenti e in Italia circa 24 milioni di persone. Ogni giorno nascono circa 120.000 blog, per un totale di oltre 100 milioni di blog in tutto il mondo. Nel solo 2007, 44 milioni di persone si sono avvicinate con un ruolo partecipativo al più grande fenomeno sociale, culturale e democratico della storia recente,

In molti paesi autoritari i blogger difendono la libertà d'espressione e la democrazia sfidando la repressione e, talora, andando in prigione per questo. Nei paesi democratici i blogger estendono la libera circolazione delle idee, la comunicazione comunitaria e in definitiva la partecipazione alla vita sociale.

Il blog è diventato uno strumento di comunicazione di massa; piu' del 25% della popolazione del Canada e del 20% di quella del Regno Unito partecipano a "reti sociali" basate su Internet. In Italia si stimano oltre mezzo milione di blogger, in maggioranza non adolescenti ma giovani e adulti. Sono noti blogger anche alcuni esponenti politici italiani (ricordiamo tra i vari l'on. Gentiloni, l'on. Di Pietro, l'on. Letta, l'on Pecoraro Scanio, l'on Lanzillotta, l'on Storace, l'on. Santachè, ...), inclusi candidati premier alle prossime elezioni, e ben un terzo dei parlamentari britannici (incluso il primo ministro).

Ci sembra che demonizzare i blog e il social networking, che sono fondamentalmente espressione di libertà, di democrazia e di socializzazione, sia negativo e antistorico. Ancora peggio è criminalizzare i blog - come cercano talora di fare i paesi autoritari per giustificare le loro censure - solo perchè alcuni - giovani o no - lo usano male. Ci sembra che la trasmissione da lei curata del 21 febbraio 2008, peraltro dedicata ad un altro tema, abbia purtroppo (crediamo involontariamente) generato un sospetto generalizzato verso i blog e il social networking, se non addirittura verso la comunicazione via Internet. Sarebbe, a nostro parere, un errore grave analogo a quello di alcuni intellettuali aristocratici che, tanto tempo fa, condannavano in blocco la televisione perchè ... fa male ai bambini e toglie anche del tempo prezioso agli adulti per leggere libri e giornali...

Internet, il social networking e i blog non sono solamente un fenomeno sociale, culturale e politico di enorme importanza. Sono anche diventati i servizi trainanti di un settore economico centrale e strategico per lo sviluppo economico delle economie avanzate: le telecomunicazioni. Le telecomunicazioni sono infatti da un lato un settore a sè stante - che di per sè porta ricchezza e occupazione qualificata e genera fenomeni finanziari economici di prima grandezza - e dall'altro sono un fattore propulsivo decisivo per l'economia nel suo complesso, e in particolare per la diffusione dell'innovazione presso le aziende e le famiglie.

La Commissaria UE Viviane Reding ha piu' volte ricordato che ben il 50% della crescita del PIL europeo e' legata allo sviluppo delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (ICT), di cui Internet costituisce la spina dorsale. Anche il recente rapporto Attalì per lo sviluppo economico della Francia è pervaso da iniziative di impulso alle tecnologie della informazione e telecomunicazione.

In Italia purtroppo l'economia cresce meno dei nostri omologhi europei anche perché le telecomunicazioni sono nelle posizioni di coda nelle graduatorie internazionali, come del resto lo è la televisione digitale (terrestre, via Internet e via satellite). La scarsa diffusione della banda larga è forse l'indice più significativo della nostra arretratezza nel settore decisivo delle tlc.

Secondo i recentissimi dati diffusi dall'organizzazione degli operatori TLC europei ECTA, il quadro italiano relativo alla banda larga è il seguente:

1. Diffusione della banda larga: L’Italia (16,5) si sta allontanando dalla media UE (19,8) ed è sempre più distante dai paesi comparabili come Francia, UK, Germania. Siamo lontanissimi, ovviamente, dai paesi nordici. Nell’Europa dei 15 siamo superati anche dall’Irlanda, e seguiti da vicino dal Portogallo. In sostanza, la banda larga in Italia è meno diffusa che in altri paesi, a prescindere da circostanze di omogeneità industriale e sociale.

2. Crescita della banda larga nel periodo settembre 2006-settembre 2007 : In Italia vi è stata una crescita del 3%, bassissima se paragonata con altri paesi comparabili, dove la crescita si attesta tra il 5% ed il 10% .

I dati italiani sono gravi non solo perché riflettono una situazione peggiore di altri paesi, ma anche perché indicano la difficoltà del Paese nel recuperare il gap. Anzi, la distanza con il resto d’Europea si va accentuando.

Una corretta comunicazione sui mezzi di informazione di massa riguardo le tecnologie ICT potrebbe contribuire in modo importante ad avvicinare sempre più persone alle telecomunicazioni, ad Internet e all'informatica con ricadute positive per l'intero sistema.

Vorremmo sottolineare che Internet è oggi il principale sistema di comunicazione mondiale assieme alla rete telefonica fissa e cellulare, e rispetto a queste ultime è molto più esteso nelle funzionalità. Come la rete telefonica, Internet viene impiegato per comunicazioni lecite come per quelle illecite. La differenza è che le comunicazioni e le funzionalità di Internet sono nella grande maggioranza dei casi pubbliche e rendono così visibili anche gli usi banali, deviati o addirittura illegali e criminali che purtroppo, proprio per la loro maggiore visibilità in rete, vengono additati come peculiari solo di Internet. Mai nessuno però, giustamente, ha pensato di criminalizzare in maniera generica la rete telefonica, pur essendo noto, antico, esteso e grave l'uso illecito e criminoso delle reti fisse e mobili, come è testimoniato dalle intercettazioni telefoniche rese pubbliche in diverse occasioni.

Discutere pubblicamente dei problemi sociali che Internet inevitabilmente riflette e, fortunatamente, spesso svela al pubblico, è importante ma va fatto mettendo nella giusta relazione gli effetti e le loro cause ed evitando considerazioni semplicistiche e condanne aprioristiche del mezzo.

Secondo noi è importante che non si criminalizzi la rete e che anzi se ne promuova l'uso e la diffusione estesa. La criminalizzazione di Internet tende a confondere gli effetti con le cause e non permette di affrontare adeguatamente i problemi negativi - sociali o criminali - che tutti desideriamo combattere. Una disinformazione su Internet non ne rallenterà la diffusione presso il pubblico competente ma ne frenerà l'adozione e la conoscenza proprio nel pubblico più bisognoso di informazione, spostando in là nel tempo l'occasione di far crescere questo Paese.

Viceversa, una corretta e approfondita informazione può contribuire decisivamente a massimizzare i benefici di Internet e a ridurre invece gli effetti negativi dei nuovi sistemi di comunicazione.

Fiduciosi che in futuro vorrà considerare anche i benefici di Internet e delle telecomunicazioni e non solo i problemi sociali, anche gravi, che essa rivela, le manifestiamo fin d'ora la nostra disponibiiltà a partecipare a un confronto su questi temi che a nostro parere sarebbe importante trattare in maniera approfondita e positiva in una delle prossime trasmissioni che a nostro parere sarebbe opportuno programmare e alla quale, se lei desidera, siamo pronti a dare il nostro contributo di esperienza e competenza.

Restiamo a sua disposizione per ogni eventuale chiarimento e approfondimento e nel frattempo Le porgiamo i nostri più cordiali saluti.

Gildo Campesato, Giornalista, Direttore del Corriere delle Comunicazioni
Mario Citelli, Blogger, Imprenditore, Direttore Beltel - Mensile di attualità per l'industria ICT
Luca De Biase, Blogger, Giornalista, Caporedattore Nova24 - Settimanale di innovazione de Il Sole 24 ore
Juan Carlos De Martin, Blogger, Docente Politecnico di Torino - Responsabile italiano Creative Commons
Michele Ficara, Blogger, Imprenditore, Presidente Assodigitale - Associazione Italiana Industria Digitale
Paolo Forcellini, Imprenditore, Segretario Generale Consulta Digitale Assocomunicazione - Confindustria
Alfonso Fuggetta, Blogger, Docente Politecnico di Milano
Enrico Gasperini, Blogger, Imprenditore, Presidente Audiweb - Joint Industry Committee per la rilevazione delle audience online
Enrico Grazzini, Blogger, Analista, Collaboratore Corriere Economia - Settimanale Economico Corriere della Sera
Marco Montemagno, Imprenditore, Conduttore Reporter Diffuso - Sky TG24
Layla Pavone, Blogger, Dirigente, Presidente IAB Forum - Interactive Advertising Bureau
Marco Palombi, Blogger, Imprenditore, Fondatore 1st Generation Network - Associazione imprenditori di prima generazione
Stefano Quintarelli, Blogger, Imprenditore, Past president AIIP - Associazione Italiana Internet Provider
Francesco Sacco, Blogger, Docente e Managing Director EntER - Centro studi per l'imprenditorialità - Università Bocconi
Francesco Siliato, Blogger, Docente Economia dei Media - Politecnico di Milano
Gigi Tagliapietra, Blogger, Imprenditore, Presidente Clusit - Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica
Guido Tripaldi, Blogger, Imprenditore, Presidente Voipex - Consorzio per l'interoperabilità dei servizi Internet

25/02/08

Voip: Lacci, lacciuoli e Far West

Stupisce la notizia (riportata in precedenza anche da K4Biz http://www.key4biz.it/News/2007/12/18/Tecnologie/VoIP_VON_Coalition_Europe_riforma_Ue_Intel_Google_Microsoft_Skype_Voxbone.html) della nascita della VON Coalition, neonata coalizione promossa da da Intel, Google, Microsoft, Skype e Voxbone, che si scaglia contro le raccomandazioni della Commssione Europea in materia di VoIP.

In sintesi i promotori ritengono che fissare regole stringenti in uno stadio così prematuro dello sviluppo della tecnologia possa “…nuocere alla sicurezza pubblica, frenare l’innovazione e la concorrenza, restringere l’accesso a offerte di comunicazioni innovative”"

E' una preoccupazione più che lecita temere che una regolamentazione inadeguata possa frenare l'innovazione, lo sviluppo e la concorrenza dei servizi su IP, ed è la medesima preoccupazione che ha spinto due anni e mezzo fa un gruppo di aziende e non solo, sensibili alle problematiche dei servizi su IP, a fondare il Voipex, il consorzio che ho l'onere ed onore di presiedere. Ed è la medesima preoccupazione che ha spinto i regolatori europei, in primis quello italiano, ad occuparsi per tempo del problema, analizzandolo in ogni sua parte ed a produrre un corpus regolamentare che mira proprio a garantire che i servizi IP possano evolvere senza distorsioni competitive, senza limitare l'innovazione e mettendo al centro la tutela dell'utente, in particolare quelli meno tecnologici.

Ed è stata proprio l'Italia la prima tra i regolatori europei ad essere innovatrice, pubblicando nel 2006 la prima regolamentazione Voip della storia. Il documento ha fatto scuola in Europa tanto che ha ispirato gli altri regolatori che poi congiuntamente all'interno dell'ERG, hanno sviluppato il documento comunitario in materia di voip di recente pubblicazione.

Stupisce perchè la richiesta della Von Coalition di tenere sostanzialmente deregolamentato questo settore appare alquanto incoerente con quanto espresso dal documento regolamentare europeo.

Appare cioè che l’iniziativa dei quattro big non miri a liberalizzare VoIP in Europa, bensì a privarlo di quelle regole che assicurino al mercato un corretto equilibrio tra competizione ed innovazione, e di impegno, almeno minimo, verso l’utenza.

Un mercato privo di regole non è libero, è farwest, e nel farwest vige la legge del più grosso e prepotente. Mercato è competizione, è lotta come nel pugilato, ma se sul ring colpisci sotto alla cintura vieni penalizzato, perché esistono delle regole. Devi colpire e duro, ma sempre nel loro rispetto, ciò consente a tutti di provare a gareggiare, ed ai migliori, non ai più prepotenti, di vincere.

Le regole non devono creare barriere artificiali all’ingresso nel mercato, né devono intralciare l’innovazione e lo sviluppo dei servizi, ma devono invece sancire quei principi generali sovrastanti gli interessi dei singoli che difendano il mercato, e gli utenti, nella suo complesso. Nel settore delle comunicazioni elettroniche e dell'information society più in generale, è l’assetto regolamentare, più che la capitalizzazione societaria o la capacità tecnologica, a determinare le sorti delle aziende. Lo sanno bene tutti i colleghi che si occupano di reti e connettività: se non ci fosse un framework regolamentare che contempla l’esistenza degli incumbent e del concetto di dominanza e di irreplicabilità delle risorse essenziali, non avrebbero spazio sul mercato ne i grandi ne i piccoli, pur avendolo creato loro e non l'incumbent, questo mercato, nei lontani metà novanta. (e se tale framework fosse sempre rispettato ed opportunamente vigilato, le quote di mercato in mano agli operatori alternativi all’incumbent sarebbero ben maggiori)

Inoltre questo settore è condizionato più di ogni altro dalle cosiddette esternalità di rete, che sono sempre in agguato in modo anticompetitivo quando si ha a che fare con una customer base da trasformare in community grazie all’adozione di protocolli proprietari o di altre forme di “giardino protetto” nel quale far pascolare esclusivamente la propria utenza ed attrarre one-way sempre più utenza sottraendola agli altri operatori (ciò che ai convegni descrivo nella metafora della “nassa” http://guidotripaldi.typepad.com/imho/2007/02/che_cosa_una_na.html).

Ed il consorzio Voipex lo sa bene quanto contino le regole nei servizi over-ip, non a caso lavora quotidianamente sin dalla sua fondazione accanto ai vari organi istituzionali per far si che l’assetto regolamentare nazionale ed europeo da un lato si liberi dei vincoli che proteggono modelli di business formatisi su obsoleti principi tecnologici, e dall’altro garantisca la massima apertura all’innovazione ed alla competizione orientando le scelte regolamentari verso tecnologie interoperabili per evitare appunto fenomeni di nassa che spingano fuori mercato chi la nassa non la controlla.

Pensiamo ad esempio all’importanza che ha avuto per il settore e per l'utenza il principio sancito nella regolamentazione italiana ed ora in quella europea dell'obbligo d’interoperabilità nella Delibera VoIP di AGCom (11/06 CIR) dove, al fine di poter assegnare numerazioni del PNN per i propri servizi è necessario utilizzare standard tecnologici aperti e/o disponibili. Questo è di fondamentale importanza per tutelare innanzitutto l'utenza oltre che la concorrenza. Concedere che delle risorse pubbliche come le numerazioni telefoniche possano venir assegnate a servizi basati su tecnologie che non interoperino direttamente tra di loro, significherebbe nella pratica costringere due utenti che desiderino dialogare tra loro a scegliere il medesimo servizio Voip, o dever sostenere maggiori costi vista la necessità per gli operatori di dover sostenere i costi degli apparati di conversione tra i differenti standard non direttamente interoperabili, non sempre disponibili quando ci sono di mezzo protocolli proprietari.

Proprio l'aspetto di mancata interoperabilità ed indisponibilità delle specifiche di protocollo, ad esempio, ha impedito a Skype di poter diventare operatore telefonico a tutti gli effetti ed avere così la possibilità di ottenere nel nostro Paese archi di numerazione.

La regolamentazione italiana ed europea giustamente distingue tra ciò che è un sistema Voip da quello che è un servizio telefonico basato su Voip. Nel primo caso lascia espressamente la mano completamente libera, nel secondo caso definisce le regole di base per tutelare gli utenti e la concorrenza.

Proprio queste regole hanno determinato lo svilupparsi di una vasta pletora di servizi voip-based, adatti a tutte le tasche e a tutte le esigenze. Intendiamoci, Skype laddove desidera trasformarsi da software-house ad operatore telefonico, deve poter competere nel nostro Paese come in Europa, tanto quanto qualsiasi altro operatore, ma lo deve fare rispettando alcune regole di base comuni a tutti, in questo caso garantire la diretta interfacciabilità (interoperabilità appunto) del proprio servizio con quello di tutti gli altri (e se questo vale per un operatore emergente come Skype, figuriamoci quanto sia importante che ciò valga per operatori già dotati di una customer base molto ampia..).

E la regolamentazione italiana ha fatto scuola in Europa, tanto che durante la presidenza italiana all'ERG è stato prodotto dopo anni di tentativi il Common Position VoIP (http://www.erg.eu.int/doc/publications/consult_draft_cp_voip/erg_07_56_rev1_voip_draft_cp.pdf e http://circa.europa.eu/Public/irc/infso/egea/library) avversato la VON Coalition. Se leggiamo il documento nei confronti del quale la VON Coalition si scaglia, ritroviamo invece molto buon senso ed una corretta lettura delle problematiche legate alla fornitura dei servizi Voip.

Ad esempio, la task force propone che:

- All telephony service providers should be obliged to provide access to emergency services.

ovvero, è importante che gli utenti qualora sottoscrivano un servizio Voip come alternativa ad un servizio PATS, non siano privati della possibilità di raggiungere i servizi d'emergenza (per la localizzazione, vedi più avanti)


- The ability to provide access to the emergency services should be removed as a factor in the definition of PATS in the Universal Service Directive

è un punto importante: serve a non far ricadere i servizi Voip che decidono di consentire le chiamate d'emergenza all'interno della categoria PATS (per non intercorrere così, incidentalmente, in tale categoria e dover corrispondere i maggiori oneri previsti che poi invariabilmente ricadono sugli utenti)


- Routing should be provided to the locally responsible PSAP to the extent allowed by the technology.
- Information about the caller’s location should be provided to the extent allowed by the technology .

come già detto, l'approccio della task force è illuminato: la geolocazione dell'utente e l'instradamento al centro servizi non sono obbligatori in quanto hanno compreso che sono impossibili da garantire in moltissime situazioni, quindi suggeriscono di fornire tali prestazioni nei soli casi dove sia tecnicamente fattibile.

- Telephony service providers should be obliged to provide the emergency response centre with information on whether the call originates from a fixed or a potentially nomadic user.

richiesta più che ragionevole: l'operatore puo' con una discreta probabilità sapere se l'utente che sta originando la chiamata è nel proprio domicilio abituale oppure se è nomadico (ad esempio riconoscendo l'IP di origine), e quindi puo' facilmente, nel consegnare la chiamata al centro di emergenza, fornire indicazioni in base alla supposta posizione dell'utente.

- Telephony service providers should be obliged to clearly inform subscribers about any limitations in the services as compared to the traditional telephony service.
- The information should be provided in comparable way in different MS, e.g. in the terms and conditions of contract, by means of a sticker on device or clearly visible information in bills.

è corretto: trasparenza innanzitutto

- Emergency calls should be setup with the priority, quality and availability to the extent allowed by the technology.

anche qui si rimanda alla fattibilità concessa dalla tecnologia

La taskforce si è espressa anche in merito alla numerazione, in particolare:

- Numbering plans should be technologically neutral, based on the service
descriptions and the same number ranges should be available within those
service description. This means that, geographical numbers for traditional
telephony services and geographical numbers for VoIP services should share
the same number range, that is, come from a common “number pool”.
- Nomadism is an essential feature of VoIP services which should not be
restricted. Nomadism does not preclude member states from maintaining the
geographical meaning of geographical numbers if wished; this can be achieved
by allocating such a number only to subscribers with a main location
(address) in the corresponding geographical zone, as defined in the national
numbering plan.
- Number portability is important from a user and competition point of
- There should be an obligation to port numbers to any service provider
which satisfies the conditions of use of the appropriate number ranges.

direi un approccio alquanto progressista rispetto all'attuale assetto normativo che gestisce la numerazione in modo NON tecnologicamente neutrale...

Da quanto sopra riportato, stupisce che la VON Coalition sia un
organizzazione che si dichiara dedicata a:

“The organization is dedicated to dispelling misconceptions about
IP-based phone service and addressing topical concerns, such as questions
about 911 support issues; privacy and security; power failures and call
quality through a series of consumer outreach activities”

in quanto le raccomandazioni dell'ERG semmai minano alcuni presupposti dello status quo dei servizi telefonici tradizionali a favore di quelli VoIP based, proprio su questi aspetti.

Ho il sospetto invece che, pur non dichiarandolo, la Von Coalition sia intimorita dagli obblighi di interoperabilità end-to-end sottesi nei seguenti punti della raccomandazione ERG:

· NRAs may have to ensure that all types of interconnection which are
technically feasible are possible, ensuring end-to-end connectivity and
allowing for full interoperability of the IP based services offered to the
customers of the interconnecting networks; for this reason, operators should
be encouraged to give access to the technical interfaces, protocols and all
other technologies necessary for the interoperability of IP based services,
and to use standard interfaces and protocols.
· Regulators should take account of the need for interoperability and
quality of service at all levels of the value chain. A more ubiquitous
application of Article 5 of the Access Directive may be needed to ensure
end-to-end connectivity as well as allowing users to access services
provided by another undertaking.
· The transition towards NGNs entails several structural changes such as
rearrangement of core network nodes and points of interconnection, number of
points of interconnection or changes in the number of network hierarchy
levels, as well as the question of interconnection tariffs. Furthermore
ERG (07) 56 Rev1 38 IP-interconnection may be differentiated along the lines
of services, according to quality of service classes or not differentiated
at all.

Garantire l'interoperabilità, per poter assurgere al ruolo di operatore rispetto a quello di semplice fornitore di un software o di un servizio ECS Voip, obbligherebbe all'interoperabilità, ovvero rinunciare alla possibilità di tessere una nassa dove catturare in modo esclusivo gli utenti.

18/12/07

Alessandro's Blog

Bene, sono contento che una mente brillante come quella di Alessandro condivida finalmente le proprie visioni del settore attraverso il neo inaugurato blog. Linkato!

23/11/07

Risposte ai quesiti WiMAX

Il Ministero delle Comunicazioni ha pubblicato le risposte ai quesiti sottoposti dai vari operatori interessati al Bando, ecco il link al documento di risposta ai quesiti WiMAX

05/11/07

IPTV failed to meet expectations: can regulation do the trick?

Il 9 e 10 novembre si terrà la conferenza annuale della Società Italiana di Diritto ed Economia (side-isle.it) alla Bocconi. Assieme agli amici e coautori Eugenio e Vincenzo presenterò un paper che abbiamo recentemente realizzato nel quale analizziamo alcuni degli aspetti che stanno frenando lo sviluppo dell'IPTV.

Ecco per chi fosse interessato il paper completo da poter scaricare.

22/10/07

Frequenze BWA, un quesito interessante

L'amico Paolo del Cres mi ha posto un quesito interessante al quale ho provato a rispondere, e che ho pensato di riportare sul blog. Viene da un addetto ai lavori di sicura competenza in materia di tecnologia wireless, e quindi puo' interessare ad altri lettori:

> A questo punto sorge una domanda spontanea: l'uso delle tecnonologie non
> WiMAx in questo set di frequenze e' lecito o no? Come ad esempio un
> ponte "stile PDH" oppure un'apparato wifi traslato di frequenza. Non mi
> interessa la fattibilita' tecnica, quanto quella normativa

ciao Paolo,
mi sento di escludere sicuramente la possibilità di utilizzarle per la realizzazione di connessioni punto-punto (come i ponti in "stile PDH"), in quanto questa gamma di frequenze è espressamente riservata per la realizzazione di reti di accesso a larga banda (BWA) e non di trasporto/backhaul.

Tale indicazione, ancora prima che dalla delibera AGCom, deriva dalle già richiamate raccomandazioni europee.

In particolare il termine BWA utilizzato nella normativa, si rifà alla definizione ufficiale di cui al documento ITU-R F.1399-1 che definisce BWA (Broad Band Wireless Access) come un accesso wireless nel quale la/le capacità di connessione siano maggiori di quelle di un accesso primario (cioè superiori a 1.544 Kbit/s), e che comprende applicazioni mobili (MWA), nomadiche (NWA) e fisse (FWA), anch'esse definite nel medesimo glossario.

Il Bando ha concesso un parziale utilizzo delle frequenze per il backhaul:

"Le frequenze di cui sopra possono essere impiegate anche per la realizzazione di detta connessione degli impianti BWA a 3.5 GHz alla rete di trasporto purché non siano utilizzate per servizi di fornitura di rete di
comunicazione elettronica"

e pur richiedendo una interpretazione autentica da parte del Ministero, probabilmente va interpretata come la possibilità di utilizzare le stazioni radio base BWA per una connessione diretta tra loro. Ovvero non sarebbe possibile utilizzare le frequenze per ponti radio punto-punto diversi dalle radio base usate per dare servizi al pubblico.

>oppure un'apparato wifi traslato di frequenza

Ne il regolamento Agcom, ne' il Bando, ne' le varie raccomandazioni europee citano mai WiMAX nei loro scritti (se non in modo occasionale e non vincolato al contenuto esposto), si limitano a parlare di tecnologie BWA come definite sopra. Pertanto, se le tecnologie rispettano le indicazioni tecniche di cui alla Raccomandazione ECC/REC(04)05, in virtù del principio di neutralità tecnologica al quale la normativa è sottoposta, dovrebbero senz'altro poter essere impiegate.

Però osservo che nella pratica sarebbe abbastanza inutile utilizzare apparati Wi-Fi/Hiperlan traslati in frequenza al posto di apparati WiMAX, in quanto nessun apparato utente wifi/hyplan in commercio possiede una potenza superiore ai 20dBm (in genere è ben inferiore), quindi applicazioni mobili e nomadiche ne risentirebbero pesantemente, mentre per i servizi BWA/WiMAX sono consentite potenze superiori. Per rilegare utenti fissi in wifi/hiperlan traslato sarebbe possibile ovviamente utilizzare potenze EIRP superiori, ma visto il ridotto mercato e la minore robustezza delle modulazioni non giustificherebbero dover investire quattrini nella licenza se non la si adopera con apparati WiMAX. In tal senso va anche considerato che in
prospettiva gli apparati utente mobili (pc, palmari, etc..) integreranno il chipset WiMAX mobile (annuncio Intel di tre anni fa), abbassando così drasticamente il costo degli apparati utente capaci di connettersi alle reti WiMAX 802.16e-2005.

In ogni caso, propongo di raccogliere tutti i dubbi ed i quesiti sul Bando e Regolamento per poi sottoporli formalmente ad AGCom e Ministero, onde ottenere un'interpretazione autentica.
Scrivetemeli che provvedo a compilare il documento.

ciao,
G

20/10/07

Frequenze WiMAX e servizi mobili

Uno dei dubbi emersi in seguito alla pubblicazione del bando per l'assegnazione delle frequenze per sistemi BWA (Broad Band Wireless Access) ovvero per l’impiego di tecnologie WiMAX nella banda dei 3,5GHz, è se queste siano utilizzabili dall'operatore per fornire a propria discrezione connessioni fisse/nomadiche (802.16d-2004) o mobili (IEEE 802.16e-2005), oppure siano autorizzate solo le prime. Il dubbio non è di rilevanza minore in quanto il mercato indirizzabile, gli economics, la topologia della rete, tipologia di apparati, servizi veicolabili, ed in definitiva la sostenibilità economica dell'attività sono decisamente differenti nei due casi.

Il successo dell’asta, ovvero la giustificazione alla partecipazione a questa e l’importo delle offerte e dei rilanci, dipende molto da questo punto.

Il dubbio è preesistente alla pubblicazione del Bando ministeriale, nasce da una posizione apparentemente sfavorevole dell’Autorità sull’impiegabilità delle frequenze per servizi mobili, raccolta nel corso delle varie riunioni tenutesi dall’avvio delle sperimentazione tecnica fino alla conclusione della consultazione pubblica, ed è sostenuto da un passo della delibera AGCom 209/07/CONS (il cosiddetto "regolamento WiMAX") che indica come "alcuni modi d’uso ed alcune architetture di rete potrebbero essere soggetti a restrizioni specifiche sia della flessibilità di utilizzo delle frequenze che delle relative condizioni tecniche. In particolare il servizio mobile, che presenta scenari maggiormente critici in termini di coesistenza con sistemi simili o sistemi che adoperano altre architetture di rete, potrebbe richiedere delle norme tecniche più restrittive, rispetto ad altri modi d’uso."

Sempre AGCom nel precedente Allegato B alla delibera n. 644/06/CONS, rimandava alle raccomandazioni CEPT per eventuali restrizioni sui modi d’uso (fisso, nomadico, mobile, ..) delle frequenze assegnate alle applicazioni BWA.

Il Bando ministeriale non entra nel merito, mantenendosi neutrale rispetto alla specificità della tecnologia, pertanto il dubbio va sciolto consultando la materia comunitaria.
La raccomandazione CEPT richiamata nella 644/06/CONS è stata pubblicata il 20 aprile 2007 con il documento RSCOM07-06 Final - ECC/DEC/(07)029 del RADIO SPECTRUM COMMITTEE della Commissione Europea.
Nel documento è riportata la decisione della Commissione Europea del 30 marzo 2007 che esprime una posizione esplicitamente favorevole all’uso flessibile dei modi d’uso delle tecnologie BWA sui 3.5GHz, ovvero al loro impiego vuoi per impieghi fissi (FWA), nomadici (NWA) o mobili (MWA):


ECC Decision
of 30 March 2007
on Availability of Frequency Bands between 3400-3800 MHz
for the Harmonised Implementation of
Broadband Wireless Access systems (BWA)
(ECC/DEC/(07)02)
[...]
DECIDES
1. that spectrum shall be designated for BWA deployment, within the band 3400-3600 MHz and/or 3600-
3800 MHz, subject to market demand and with due consideration of other services deployed in these bands;
2. that administrations shall consider allowing flexible usage modes within authorised BWA deployments in
the frequency bands identified in Decides 1, taking into account the considerations as described in the
Annex;
3. that for the deployment of BWA networks in the frequency bands identified in Decides 1, administrations
shall take into account the in-band and adjacent band compatibility with other services/systems (e.g. FS,
FSS, ENG/OB, etc) and as a result, coordination of the BWA central stations with existing services/systems
may be required in the concerned area;
4. that this Decision enters into force on 30 March 2007;
5. that the preferred date for implementation of this Decision shall be 01 July 2007
6. that CEPT administrations shall communicate the national measures implementing this Decision to the ECC
chairman and the Office when the Decision is nationally implemented."

dove "flexible usage" è definito come:

The reference to “flexible usage mode” means regulatory provisions (e.g.licence conditions), which would allow BWA
licence holder to deploy various types of Terminal Stations (TS): fixed (Fixed Wireless Access - FWA),
nomadic (Nomadic Wireless Access - NWA) or mobile (Mobile Wireless Access - MWA).

Un’ulteriore conferma in tal senso viene dal recentissimo documento del RADIO SPECTRUM COMMITTEE "BWA in the band 3.4-3.8 GHz – revised draft proposal for a Commission Decision" pubblicato il 5 ottobre 2007, che esprime chiaramente come gli stati membri dovranno concedere l’uso della banda sui 3400-3800 MHz per reti di comunicazione fisse, nomadiche e mobili, e come ciò rappresenti un importante elemento per la concretizzazione della convergenza e dell’innovazione.

[...]
(4) The designation of the 3400-3800 MHz bands for fixed, nomadic as
well as mobile applications is an important element addressing the convergence of the
mobile, fixed and broadcasting sectors and reflecting technical innovation. The services
provided in this frequency band should mainly target end-user access to broadband
communications.
[...]
(7) In response to the Mandate of 4 January 2005, the CEPT has produced
a report (CEPT Report 015) on BWA. This report concludes that the deployment of fixed,
nomadic and mobile networks is technically feasible within the frequency band
3400-3800MHz under the technical conditions described in ECC Decision ECC/DEC/(07)02
and ECC Recommendation ECC/REC/(04)05. Furthermore, it concludes that the two
bands, 3400-3600 MHz and 3600-3800 MHz, have different sharing considerations
due to different services, other than BWA, utilising these bands. The generic technical
conditions applicable to fixed and nomadic networks are described in
Harmonised Standard n° EN 302 326-2 and EN 302 326-3.
[...]
Article 3
Member States shall allow the use of the 3400-3800 MHz band in
accordance with Article 2 for fixed, nomadic and mobile electronic communications networks.

mi sembra pertanto improbabile che AGCom o il Ministero delle Comunicazioni smentiscano la possibilità di poter utilizzare le frequenze a discrezione dell’aggiudicatario, ovvero nelle modalità più confacenti le esigenze del pubblico, sarebbe una posizione contradditoriamente ignara delle raccomandazioni comunitarie.

19/07/07

L'IPTV che non c'è

Mentre la tv tradizionale sta facendo i conti con la flessione di pubblico (e ricavi pubblicitari) alla quale è soggetta da qualche tempo a questa parte, intaccata com’è non solo dalla concorrenza ma anche dalle nuove attitudini del consumo mediale della cosiddetta Martini Generation (dal payoff “anytime, anyplace, anywhere” della famosa bevanda) ovvero delle generazioni cresciute in mezzo all’individualità del rapporto utente-contenuto, dove è l’utente e non l’emittente a scegliere cosa, dove e quando vedere un video, sembra che le offerte di IPTV proposte dagli operatori di telecomunicazioni stiano ricevendo una risposta tiepida dal mercato.

I numeri ad oggi sono piccoli: osservando cosa accade in Europa ci accorgiamo che i sottoscrittori di IPTV non superano nei casi migliori il 14% degli accessi a larga banda degli operatori, attestandosi in media al di sotto del 10%. Migliore il caso di FastWeb in Italia con una penetrazione attorno al 16%. In numeri assoluti parliamo di bacini d’utenza composti al massimo da qualche centinaio di migliaio di utenti per operatore. Troppo pochi per interessare gli inserzionisti pubblicitari, troppo pochi per recuperare i costi dell’acquisizione dei diritti di trasmissione per i contenuti di nicchia, quelli che costruiscono la coda (più media che lunga) dell’offerta, troppo pochi per stemperare i costi di comodato d’uso, supporto e manutenzione dei set-top-box che gli operatori devono fornire alla clientela affinchè aderisca alle offerte di IPTV. Ed i trend non sono confortanti: in media i sottoscrittori di IPTV crescono per l’operatore più lentamente degli abbonati di connettività.

Se i numeri sono piccoli ed i trend poco entusiasmanti, probabilmente i destinatari del servizio IPTV non gli riconoscono un valore supplementare rispetto alla televisione vie etere sufficiente a stimolarne la sottoscrizione. Cosa frena l’adesione in massa degli utenti ad un servizio che, nelle sue potenzialità, avrebbe tanto in più da offrire? E’ sufficiente confezionare l’offerta di contenuti con gli abituali canali lineari, aggiungere un po’ di materiale di magazzino, qualche contenuto premium, il tutto insaporito dalle funzionalità on-demand per smuovere la gran massa di possessori di televisori? O è necessario proporre cose nuove, dove nuove significa soprattutto non realizzabili in precedenza?

Così come con il pennello dipingerà un quadro e con lo scalpello estrarrà dal marmo un busto, l’artista produrrà risultati diversi per raffigurare un medesimo soggetto a seconda di che cosa tiene in mano. E come la mano dell’artista è guidata dallo strumento a disposizione, anche lo sviluppo di nuovi format televisivi e di nuovi servizi è condizionata dallo strumento tecnologico intermedio che c’è tra produttore ed utente.

Mezzo secolo di televisione, condizionata dall’unidirezionalità del sistema trasmissivo, ha affinato lo sviluppo di una programmazione pensata per uno spettatore completamente passivo, suddivisa in reti per distinguere le linea editoriali e distribuita su fasce orarie per centrare le caratteristiche socioanagrafiche del telespettatore. Ma già la (parziale) interattività introdotta in tempi recenti dall’impiego degli sms per ricevere le votazioni dei telespettatori (come le “nomination” dei reality) ha mostrato come sia efficacie far dipendere l’evoluzione del programma dal coinvolgimento del pubblico a casa, con risultati molto interessanti per gradimento e fidelizzazione. Immaginiamo cosa non si possa realizzare grazie all’estremo grado di interattività che le tecnologie IPTV consentono. Queste pur garantendo al mezzo televisivo il mantenimento della sua tipicità, mettono in grado gli autori i programmatori di palinsesti, gli ideatori delle campagne pubblicitarie, gli organizzatori di televendite, etc.. di sfruttare tutte le possibilità normalmente disponibili nel mondo Internet ma confezionandole in modo da essere familiari e gradite dall’intera odierna platea televisiva, e non solo gli utenti più tecnologici. L’IPTV rappresenta un formidabile strumento per consentire la crescita del sistema televisivo, oggi come oggi oramai plafonato nel suo sviluppo ed appiattito nell’offerta, sia per soddisfare al meglio le esigenze del pubblico tradizionale e per centrare le esigenze nelle nuove generazioni. La psicologia dell’interazione tra persone e contenuti televisivi è probabilmente una delle frontiere più interessanti da esplorare (e già la troviamo tra le competenze degli autori di quei prodotti di intrattenimento che sposano sceneggiatura ad interazione dello spettatore-attore, cioè i videogiochi), ed è critica per il successo delle proposte editoriali. Riguarda sia il confezionamento di contenuti, sia il modo con il quale l’utente interagisce con le funzionalità offerte dal sistema.

L’IPTV non solo semplice on-demand quindi. Ma l’industria televisiva per potersi dedicare allo sviluppo di nuovi format e nuovi servizi innovativi, ha bisogno di interfacciarsi tecnicamente in modo uniforme con tutti gli operatori di rete e di poter così raggiungere con dei servizi omogenei una platea televisiva la più estesa possibile. Ad oggi però l’IPTV è costituita da una molteplicità di piattaforme molto variegate fra loro per funzionalità e caratteristiche tecniche, in quanto nate ed impiegate per consentire agli operatori di telecomunicazione di svolgere un’attività di rivendita di contenuti multimediali rivolta esclusivamente alla propria clientela di banda larga. Bisognerà pertanto attendere che l’evoluzione tecnologica porti ad una standardizzazione della tecnologia prima di poter sederci in poltrona ed assistere al vero futuro della televisione.
[pubblicato sul ilSole24Ore / Nòva del 19 luglio 2007, pag. 1 e 2, con il titolo "Il Movimento dell'immagine, le trasformazioni della tv nell'era di internet"]

02/07/07

il Digital Divide e WiMAX

Negli ultimi 12 mesi il WiMAX è balzato improvvisamente alla ribalta, scalando velocemente le priorità nelle agende della politica e dell’interesse dei media. Su WiMAX nell’ultimo anno si sono organizzati convegni, tavole rotonde, seminari, si sono scritti articoli, si son mossi politici, ministri, regolatori, operatori piccoli, operatori grandi, produttori, enti pubblici, enti locali, sindaci, associazioni di settore, di consumatori, di utenti, investitori, e tante altre realtà che nulla centrano direttamente con il mondo delle telecomunicazioni.

Prima di un’anno fa WiMAX era già conosciuto, apprezzato e atteso nell’ambiente delle tlc italiane, ma allora come mai tanto improvviso e diffuso fervore?

Alzi la mano chi, nel corso di ques’ultimo anno, è riuscito a sentir pronunciare la parola WiMAX disgiunta dal termine DigitalDivide: cosa vedo? Nessuna mano alzata? Eh già, di WiMAX si è parlato tanto, ma sempre in abbinamento con quel brutto problema del digital divide, che tutti aborrano, alcuni subiscono, pochi capiscono.

Che cos’è il Digital Divide?
Il termine, in generale, indica il divario che c’è tra le persone (o porzioni di popolazione) dotate di strumenti di comunicazione, informazione, elaborazione digitale al passo con i tempi, e quelle, per varie ragioni, che ne sono prive. Le ragioni possono essere economiche (non se lo possono permettere), culturali (non ne conoscono l’esistenza o manca la capacità di utilizzare, o non ne hanno l’interesse), infrastrutturali (manca la disponibilità delle tecnologie necessarie).

Nelle conversazioni correnti, il termine digital divide assume, tra queste, l’accezione di “indisponibilità di accessi a larga banda in alcune zone del territorio nazionale”, tipicamente le zone rurali e montane (ma in alcuni casi anche le cinture di periferia più esterna delle città). Dove, come si suole dire “manca l’ADSL”, chi desidererebbe allacciarsi e risiede in queste zone non puo’ farlo perché non trova fornitori che abbiano trovato commercialmente interessante (o economcamente sostenibile) installare l’ADSL in quelle zone. Quindi un digital divide infrastrutturale.

Quello del digital divide è sicuramente un problema importante, perché oggi che tutto lo sviluppo culturale, economico, sociale passa per i sistemi di elaborazione e comunicazione digitali avanzati, coloro i quali (persone o aziende) non possono accedere a tali sistemi sono discriminati, rimangono indietro rispetto al resto della popolazione. E’ giusto è importante risolverlo.

WiMAX, come il coniglio del prestigiatore, salta fuori e si candida a risolvere il problema.

Ecco spiegato il fervore dell’ultimo anno: il WiMAX, si dice, è la cura per il digital divide nazionale, ecco perché si è improvvisamente acceso l’interesse per una tecnologia da parte del mondo della politica, del Governo, e conseguentemente della stampa.

Ma perché proprio WiMAX? Quali particolari caratteristiche possiede che lo fanno eleggere a soluzione ideale? E’ veramente la tecnologia che risolve meglio di altre il problema? Ed è vero che non è possibile risolvere oggi il problema del digital divide senza WiMAX?

L’interpretare WiMAX come soluzione per il digital divide deriva da due ragioni: non conoscere esattamente quali siano le reali cause del digital divide, e da aver assunto come incondizionatamente vere alcune caratteristiche positive delle tecnologie WiMAX.

Le caratteristiche che hanno innescato l’illusione sono: a) che WiMAX consente una banda di accesso fino a circa 60MBps, b) la sua capacità di connettere apparati anche non in linea di vista tra le antenne, c) una portata che puo’ arrivare anche a 70Km.

Queste tre caratteristiche (che sono vere, in certi casi), associate tra loro ed accettate in maniera superficiale ed acritica, sembrano effettivamente essere la panacea del digital divide, perché se è vero che le aree digital divise sono in genere quelle distanti alcune decine di chilometri dalle metropoli, e che specie se si tratta di aree montane non sono in vista diretta delle città, un sistema in grado di allacciare utenti fino a 60Mbit, anche non in linea di vista e a diverse decine di kilometri di distanza sembra effettivamente la soluzione ideale per risolvere rapidamente ed economicamente il problema.

Ma quando sono vere tali caratteristiche? Iniziamo a parlare della banda trasportabile e della distanza superabile.

Innanzitutto va ricordato che la capacità di trasporto è direttamente proporzionale all’ampiezza del canale trasmissivo, ovvero della quantità di spettro elettromagnetico utilizzato come vettore dei nostri bit. Più sono i megahertz a disposizione del canale, più sono i megabit che potranno essere trasportati. Considerando un’ampiezza di canale di 21(+21) MHz, si traduce (considerando un’efficienza media di tre bit per hertz) nella capacità di veicolare verso gli utenti circa una 60tina di Mbps. Questo su piano teorico, perché poi bisogna fare i conti con una serie di fattori. Uno di questi è la distanza dell’utente dall’operatore. La distanza implica un progressivo affievolimento dell’intensità del campo elettromagnetico irradiato (che tende a dimezzarsi con il quadrato della distanza), e l’affievolimento determina una via via decrescente capacità di trasporto. In pratica, più è distante l’utilizzatore minore è la quantità di banda ovvero i megabit in grado di scambiare nell’unità di tempo. Un utente vicino all’antenna avrà una banda teorica a disposizione vicina al 100%, un utilizzatore distante alcuni chilometri potrà goderne solo di una frazione. Ciò significa che anche se WiMAX, dotandolo della massima potenza in antenna che la legge consente, in condizioni ideali è in grado di superare distanze di alcune decine di kilometri, a queste distanze è impossibile ottenere le stesse prestazioni (i famosi 60Mbps teorici) che potremmo invece avere a breve distanza. (va detto che vi sono molti altri parametri fisici che influenzano le prestazioni della trasmissione via etere, ma per semplicità qui ho descritto solo quelli più macroscopici).


Wimax_figura_1


NOTE: a) Le illustrazioni sono puramente esemplificative, per semplicità di rappresentazione i rapporti tra le lunghezze raffigurate non rappresentano le proporzioni reali I valori numerici espressi sono indicativi. b) nell’illustrazione la diminuzione di banda in funzione della distana è rappresentata per semplicità solo nel verso impianto⇒ utilizatore (download). In realtà la comunicazione è simmetrica pertanto va considerata anche l’attenuazione della banda nel verso utente ⇒ impianto (upload)


Come detto, un’altra caratteristica che rende WiMAX una tecnologia interessante per dare accesso last-mile agli utenti, è la sua capacità di sfruttare le riflessioni multiple delle onde radio sulle superfici per consentire, in alcuni casi e con peggioramento delle performances complessive, collegamenti anche non in linea di vista tra le antenne. Ma l’ambiente dove si riesce a sfruttare al meglio il multipath è l’ambiente cittadino, dove grazie alle numerose superfici verticali dei caseggiati le riflessioni sono molte. L’ambiente peggiore sono invece proprio le aree rurali dove scarseggiano le superfici riflettenti ed abbondano quelle assorbenti (alberi, pendii erbosi, etc..).

Wimax_figura_2_2


Da queste precisazioni si comprende quindi che WiMAX non consente di trasportare 60Mbps a distanze ragguardevoli persino in mancanza di linea di vista. WiMAX è una tecnologia nata per fare MAN (Metropolitan Area Network), ovvero il cosiddetto ultimo miglio, come tecnologia integrativa (più che alternativa) alle reti cablate. (E va aggiunto che la capacità di banda in antenna, ad esempio i 60Mbps teorici, viene condivisa tra tutti gli utenti simultaneamente attivi, non è indipendente per ogni utente. Quindi nel caso di applicazioni pesanti come il videostreaming, una manciata di utenti attivi consuma tutta la banda disponibile.)

La cosiddetta “mancanza di ADSL” in certe zone del Paese, non deriva dall’impossibilità (tranne qualche raro caso di situazioni logistiche compromesse) o di assenza di convenienza ad installare gli apparati ADSL nelle centrali telefoniche, bensì dall’indisponibilità di banda adeguata ad alimentarli. Ciò che manca nelle zone diagiate non è l’ADSL, ma la banda necessaria ad alimentare l’ADSL. Se manca per l’ADSL, la banda manca anche anche per WiMAX. Dove manca la banda non si può erogare il servizio ne tramite l’uno né l’altro. Se la banda c’è, l’utilizzo della prima o del seconda tecnologia è comunque possibile.

Quindi è il backhauling la principale causa del DigitalDivide: nelle aree rurali o montane non vi sono dorsali in fibra ad alta capacità (ma ogni paese c’è la centrale telefonica in grado di ospitare i DSLAM xDSL o un punto cospiquo dove installare un apparato wireless), quindi prima di poter dare accesso localmente agli utenti vuoi con sistemi xDSL che Wireless (WiMAX, Hyperlan), vanno realizzate le infrastrutture di backhauling che trasportano la banda internet alla zona da servire. Più distante è la zona, più è difficile raggiungerla e più è numeroso il bacino di utenti da servire (e quindi la banda totale necessaria da trasportare), maggiore è il costo per realizzare e manutenere un backhauling di capacità ed affidabilità adeguate.


Wimax_figura_3_2

Il backhauling è l’infrastruttura di rete che porta la banda internet ai siti che ospitano le apparecchiature per l’accesso utente (xDSL o wireless che sia). Puo’ essere realizzato in vari modi in funzione della banda, della topologia, della distanza (tipicamente fibra o ponti radio PDH o SDH, ma anche in HiperLan o WiMax se le distanze da superare sono brevi e non è richiesta molta capacità di trasporto).

Rete di accesso:
- dove già esiste la tradizionale cablatura telefonica in rame, WiMAX non è necessariamente più conveniente dell’ADSL, il più delle volte in questi casi risulta addirittura molto meno conveniente;
- nelle aree rurali e montane (e in generale in quelle dove vi è scarsa numerosità di utilizzatori e ridotta probabilità di interferenze radio), l’accesso wireless è realizzabile già oggi con la più economica (ma di performances similari) tecnologia HiperLan;
- performances: un DSLAM è in grado di veicolare una quantità di banda garantita molto superiore ad un numero molto più grande di utenti di una cella WiMAX. WiMAX non può quindi costituire una tecnologia di sostituzione rispetto alle reti cablate (in rame e soprattutto in fibra), se non per le applicazioni internet più leggere. Impensabile poterla utilizzare per le applicazioni di videostreaming (YouTUBE, IPTV, ..), dove un ridotto numero di utenti attivi simultanei saturerebbe la capacità della cella;
- WiMAX risulta interessante per raggiungere quei (pochi) utenti che non possono essere raggiunti dall’ADSL a causa dell’elevata distanza dalla centrale telefonica e conseguente eccessiva attenuazione della linea;
- WiMAX consente agli operatori alternativi di avere a disposizione una rete senza essere come adesso essere subordinati ad affittare (wholesale o unbundling) da Telecom Italia le varie componenti dell’infrastruttura di accesso, la cui convenienza va però valutata con la consapevolezza dei limiti di performances e sotituibilità, in particolare tenendo conto della prospettive di evoluzione dei profili di consumo di banda degli utenti nei prossimi anni;
- WiMAX nella banda dei 3.5GHz è inadatto a fornire servizi wireless in mobilità (dati e/o voce) confrontabili con quelli UMTS sui 2,1 GHz, a causa della ridotta o nulla penetrazione indoor del campo elettromagnetico a quella lunghezza d’onda;

07/06/07

Tutti quelli che sono nati digitali

Qualche giorno fa, al termine di una lezione sull’evoluzione dei sistemi di comunicazione agli studenti di Scienze Politiche dell'Università di Roma Tre, ho chiesto se notassero differenze tra l'atteggiamento dei propri fratelli quindicenni nei confronti della Televisione rispetto a quello proprio di quando avevano loro quell’età.

Le risposte sono state molto interessanti: hanno affermato che i fratellini stanno dando molta meno importanza al mezzo televisivo di quanto loro stessi non stiano dando e non abbiano dato nella propria adolescenza, minore per ruolo ed utilizzo, una netta diminuzione della centralità del mezzo televisivo nelle attività quotidiane. Mezzo meno usato, e usato diversamente rispetto al passato.

Anche per Internet è emersa una fondamentale differenza, pur considerandola per se irrinunciabile, gli studenti affermano di considerarla solo uno strumento, mentre i fratelli quindicenni la considerano un pezzo della propria vita, del proprio essere: non strumento, bensì protesi. Non solo un sistema per informarsi, intrattenersi e comunicare, ma per sviluppare la propria socialità, esprimere la propria personalità, espandere la fantasia, affermare la propria individualità.

Non è un fatto anagrafico, bensì generazionale.

Il posizionamento anagrafico rafforza certi atteggiamenti, ma non li determina.
Douglas Adams diceva "Tutto ciò che abbiamo già attorno quando nasciamo, ci appare semplicemente una cosa normale". E' la differenza tra chi acquisisce una nuova condizione, e chi ci nasce in quella condizione.

Da bambino avevo a disposizione solo la TV dei Ragazzi, all'epoca c'erano solo due canali, ed in casa un solo televisore ed un solo telefono.

Un adolescente di oggi è nato in mezzo a centinaia di canali televisivi e radio private, e soprattutto in mezzo ai telefonini, alla realtà virtuale, ai computer, ad internet. Ha visto come normale ciò che per gli altri è stato vissuto come un cambio epocale, enormi gradi di libertà in più rispetto a qualsiasi altra generazione, nella fruizione e nella creazione.

Non è costretto come prima di lui fratelli e genitori, a sorbirsi e concentrarsi solo sulla limitata selezione (altrui) di cartoni animati e telefilm dei soliti canali TV. Oggi la scelta la fa da se, è lui che grazie a YouTube, MySpaces, BitTorrent, ma anche SecondLife, etc.. si ritaglia addosso la propria selezione personale d'intrattenimento ed informazione come fosse un vestito sartoriale, potendo sia produrre che “essere” un contenuto, facendolo diventare un pezzetto dell’intrattenimento e dell’informazione altrui.

L’adolescente d'oggi cavalca la coda lunga, l’asintotico insieme di nicchie che costituiscono l’infinita quantità d'offerta oggi disponibile.

Tra soli tre anni l’odierno adolescente entrerà gradatamente nel target preferito dell’industria e della pubblicità, sostituendo via via le generazioni precedenti. Ma non cambierà più il proprio nuovo atteggiamento nella fruizione mediale, cambierà solo i criteri di selezione.

Sapranno gli attuali strumenti di misura del consumo mediale, nati nell’era precedente per misurare il consumo tradizionale, fotografare correttamente il suo comportamento?
[pubblicato sul ilSole24Ore / Nòva del 7 giugno 2007, pag. 9]

06/02/07

Che cosa è una nassa?

La nassa è una "trappola per pesci"

Una nassa, per esser tale, ha tre caratteristiche:

- ha dentro un'esca che attrae la preda
- ha una via di accesso semplice e comoda
- una volta dentro la preda non può più uscire o ha soverchie difficoltà per farlo;

Nassa

Spesso i business model e le business strategy sono pensati per essere una nassa. Si realizza un prodotto, un servizio, un accordo che sia invitante, interessante, goloso. Ma si ergono barriere all'uscita tipicamente basate su una qualche forma di esclusiva. Puo' essere un'esclusiva tecnologica, puo' essere un protocollo proprietario. E l'esponenzializzazione del numero di prede catturate si realizza costruendo una qualche forma di elementi di relazione tra le prede, si costituisce cioè un sistema, non solo una customer base. Ed un sistema, a differenza di una semplice customer base, costituisce una massa gravitazionale, più è grossa più ne attira e meno ne lascia scappare. E' il cosiddetto net-effect, ben teorizzato da Metcalfe (e revisionato da Odlizko e Tilly, e da Reed).

Sulle tecnologie e servizi basate sulla Rete questo tipo di nassa spesso si traduce nell'asso pigliatutto (The Winner Takes It All), ovvero nella creazione di un buco nero, un monopolio di un unico soggetto in una particolare attività o servizio. Si compete un po' solo all'inizio, poi uno e solo uno prende la volata e aumenta la sua massa, attraendo utenti/clienti e non lasciandoli uscire, come appunto in un buco nero. E come un buco nero attira ed inghiotte anche materia dei sistemi vicini: in un monopolio basato sul net-effect i mercati adiacenti e quelli derivati sono a rischio.

IPTV, quali regole per evitare monopoli

Eugenio Prosperetti ha sollevato in un suo post alcuni temi interessanti. Riprendo qui un paio dei miei commenti che avevo lì postato, per tenere viva l'attenzione sul tema: il monopolio in genere è cosa brutta, ma quando vi è di mezzo il pluralismo dell'innovazione e della comunicazione di massa è cosa pessima. L'IPTV sarà, forse, l'evoluzione della televisione che sostituirà progressivamente quella tradizionale. L'aumento dei gradi di libertà a disposizione dell'utente per l'autodeterminazione nella fruizione dei contenuti, e quelli a disposizione di chi confeziona programmi e servizi correlati che consentono di sviluppare nuovi format e differenziare meglio l'audience, spingerà utenza e produttori in questa direzione.

Il pericolo di monopolizzazione deriva dal percorso obbligato che i contenuti (ed i servizi correlati) fanno per arrivare al pubblico. La strada che percorrono è costituita da una serie di elementi tecnologici concatenati, se sono controllati da un unica entità, è questa a scegliere cosa puo', cosa non puo' e a che condizioni, arrivare al pubblico connesso a questa infrastruttura. Da qui la necessità di interrogarci su quali regole vadano applicate al nascente universo della IPTV, universo schizofrenico, somma di due mondi opposti, quello dell'estremo controllo e pianificazione (la tv broadcast tradizionale) e quello della massima libertà ed anarchia (internet), quello delle attività editoriali e relativa regolamentazione a difesa del pluralismo informativo e della tutela degli spettatori (TV), e quello della trasmissione dati (adsl et similia) e relative regole procompetitive a supporto della concorrenza tra operatori di rete.

Eugenio nel suo post si interrogava su quanto delle regole del mondo "editoriale" debba traslarsi sul mondo della IPTV e quanto delle regole del mondo TLC. Il dubbio è corretto. Prima della cosiddetta "convergenza" il mondo era (più) semplice. Nell'odierna era della convergenza la complessità è aumentata e di molto. E convergenza dev'essere, imho, anche e sopratutto nelle regole, non solo nella tecnologia. Convergenza nelle regole, nelle norme, significa accettare il fatto che il paradigma è cambiato, che il diaframma tra i due mondi è stato tolto, che regolamentare, oggi, richiede nuove competenze da parte dei legislatori e dei regolatori. Il giurista non basta più. Appena sufficiente il giurista-economista. Indispensabile invece il giurista-economista-ingegnere. Questo mondo ha per fondamenta la tecnologia, se non la capisci, se non la conosci, non sei in grado di coglierne le implicazioni prospettiche e nemmeno quelle quotidiane.

Uno degli interrogativi posti da Eugenio nel suo post riguardava l'equivalenza e l'ambivalenza dei "bit". Ovvero quanto questi dovessero essere osservati esclusivamente come "vettori neutrali di particelle informatiche arbitrarie" o come "elementi di un contenuto editoriale". Il quesito, anche se lo puo' sembrare, non è accademico. Una regolamentazione che propenda più da una parte che dall'altra (invece che considerare la fusione complessa delle due sponde) puo' determinare il mantenimento e/o il rafforzamento degli attuali mono/oligo-poli nel settore della TV e/o spostarlo in quello delle TLC.

Come iniziale contributo a questi interrogativi avevo postato:
 

ciao Eugenio,
queste tue considerazioni sono senz'altro un punto critico da (cercare di) mettere meglio a fuoco

>Alcuni tuttavia affermano che "i bit sono tutti uguali", questo è molto vero da un punto di vista astratto e tecnico.
>Non è vero da un punto di vista regolamentare.
>Sarebbe come dire, facendo un paragone con i trasporti, che "i veicoli che circolano sulle strade sono tutti uguali".

ed in particolare

>Certo, hanno tutti un motore e ruote ma ciò che trasportano (persone o merci, legalmente o illegalmente, per profitto o per svago) cambia molto le regole che ad essi si applicano.

corretto: le regole per i veicoli a motore tendono in generale a tutelare:
- l'incolumità delle persone/merci trasportate
- i perimetri competitivi

ma le strade non discriminano l'accesso di quel o quell'altro mezzo alla viabilità pubblica

chi gestisce le strade, cioè il nastro d'asfalto (comunali, provinciali, nazionali, autostradali) si può definire nella metafora tlc una "net-co"

chi gestisce un servizio basato su ruote (dhl, tassisti, nolleggiatori, ..), una server-co

(per approfondimenti sul perchè ed il percome delle net-co e delle server-co leggi Stefano Quintarelli)

se manteniamo distinti i ruoli allora è più facile affrontare il discorso. Se ragioniamo in modo verticalmente integrato la cosa si aggroviglia.

Le televisioni nella loro accezione tradizionale sono l'integrazione tra produzione/aggregazione di contenuti e l'infrastruttura di trasporto e distribuzione all'utenza.

Chiunque in passato si sia dilettato a metter su una radio o una tv privata se lo ricorda bene, l'operazione significava non solo allestire gli studi, le regie, gli speaker ed i dischi, ma anche acquisire e gestire antenne e trasmettitori. E quindi non solo competere con la qualità dei contenuti, ma anche con la capacità di illuminazione del territorio. Ovvero combattere a colpi di watt del trasmettitore (e sul numero dei ripetitori/frequenze, quindi watt aggregati). Cioè competere sull'accesso e sfruttamento della risorsa scarsa, l'etere, il gotomarket.

E per la tv oltre a tutto ciò, c'è (c'è stata, i giochi oramai son stati fatti) anche la competizione per una risorsa ancora più scarsa: i pulsanti del telecomando.

E' evidente che riuscire a regolamentare in modo equo e non discriminatorio una tale situazione è un'operazione pressocchè impossibile. Perchè l'integrazione verticale complica di per se le cose, e perchè la regolamentazione è intervenuta ex-post rispetto allo stratificarsi e cementificarsi dei problemi. Le radio e tv private sono nate in un momento di totale vacanza regolatoria, sia per gli aspetti tecnici (frequenze, potenze, licenze, ..) che antitrust (pubblicità, ..).

Ricordiamoci che più scarsa è una risorsa (scarsità naturale o artificiale), maggiore è la probabilità di oligopolio o peggio di monopolio.

La situazione sarebbe stata molto diversa se, già all'epoca si fosse potuto tecnicamente e previsto regolatoriamente, un'obbligo di separazione tra l'esercizio di una rete di trasporto (i ripetitori e le frequenze) e l'attività di editore radiotelevisivo, (e magari anche della raccolta pubblicitaria).

Osservo inoltre che la scala graduata delle frequenze dei vecchi ricevitori fm dove si doveva girare la manopola spostando l'indice per sintonizzarsi su un emittente, garantiva ovviamente un maggior pluralismo del telecomando, perhcè consentiva la sintonizzazione casuale su molte altre/nuove emittenti mentre si era alla ricerca di quella preferita. (sulla rete tale libertà è rappresentata dai motori di ricerca. I portali invece, come ad esempio "rosso alice" sono più simili ad un telecomando tv, pochi slot per i contenuti)

Allora, tutto ciò per dire che, forti dell'esperienza passata sulla tv tradizionale, per evitare la monopolizzazione tecnologica e/o editoriale dell'IPTV, è importante, sul piano regolamentare:
- obbligare l'obbligo di separazione societaria/proprietaria tra infrastrutture di gotomarket (reti wireless, reti cablate), prodotti editoriali e servizi over-the-net (l'iptv è interattiva, non solo contenuti ma anche servizi di vario genere)
- obbligo di interoperabilità sulla catena tecnologica (per evitare monopoli sui sistemi di fruizione e di immissione in rete dei contenuti e servizi)
- particolari attenzioni su garanzie di apertura ed interoperabilità delle EPG (per evitare fenomeni di "oligarchizzazione del telecomando").

 

27/01/07

Spugna di calore

Sono andato a Bolzano a visitare KlimaHouse, la fiera sull'efficienza energetica. L'ho girata in lungo ed in largo. Degni di nota gli esempi di costruzioni passive, interessanti i sistemi di coibentazione, da approfondire i sistemi di riscaldamento e raffrescamento ad energia geotermica, molto utili i sistemi
di canalizzazione della luce per portare il sole lì dove non arriva, affollati i punti di ristoro, ottimo lo speck dei panini, scarsi i sistemi fotovoltaici (forse ci si è resi conto che possono esser convenienti solo
dove non arriva l'enel), curiose le vetrocamere riscaldanti (da non toccare, scottano!) ovvero finestre al posto dei termosifoni, divertente assistere alla diretta di Ambiente Italia con Beppe Rovera che si aggirava tra gli stand.

Ma di tutti gli espositori, uno e solo uno mi ha veramente colpito. Uno stand piccolo, molto piccolo, praticamente la più piccola superficie affittabile nel comprensorio fieristico. Confuso tra altri stand in un
corridorio laterale. Lo stand completamente spoglio: solo un omino, un paio di manifesti, ed un ripiano dov'era esposto il loro aggeggio.

E l'omino parlava solo tedesco. E la documentazione era anch'essa solo in tedesco. Ma sono bastate le scarne spiegazioni in un inglese anch'esso scarno, per farmi capire che tra tutte le novità esposte, tra tutte le grandi capacità di industrializzazione e di ingegnerizzazione esibite nei vari stand, quella era l'invenzione geniale.

Quand'è geniale un'invenzione? Quando è drammaticamente semplice, grandemente utile e che risulta al momento l'unica soluzione ad un problema comune.

L'ho ribattezzata "spugna di calore".

Qual'è il problema che risolve? Beh, d'inverno, si sa, il riscaldamento viene acceso e le finestre vengono tenute chiuse. Se non si tengono chiuse il caldo scappa. Ma se le finestre si tengono chiuse l'aria non si rinnova, si vizia, diminuisce l'ossigeno, aumenta la quantità dei prodotti di scarto
del nostro metabolismo, dei microbi dispersi dai nostri starnuti, etc.. Per cui è necessario, per vivere in un ambiente salubre, ricambiare periodicamente l'aria alla stanza. Ma il ricambio d'aria come avviene?
Buttando fuori l'aria viziata e reinserendo aria fresca. Ma buttando fuori l'aria viziata buttiamo via anche buona parte dell'energia termica accumulata nella stanza che viene così dispersa all'esterno, e dobbiamo consumare altra energia per riscaldare nuovamente la stanza, per compensare il calore perso.

Allora come fare a cambiare completamente l'aria in una stanza senza perdere energia termica?

Semplice, basta sottrarla all'aria mentre la si aspira via, accumularla, e utilizzarla per riscaldare la nuova aria che si immette!

In pratica l'aggeggio è una ventola a flusso invertibile con in mezzo un sistema ceramico di accumulazione termica. Lo si installa coassialmente praticando un foro di una ventina di centimetri sulla parete. Ogni 70 secondi inverte il flusso. All'inizio sposta l'aria viziata dalla stanza
verso l'esterno. L'aria viziata (e calda) passa per l'accumulatore ceramico al quale cede il proprio calore, e viene dispersa all'esterno. Dopo 70 secondi il ciclo si inverte, l'aria fresca esterna viene spostata all'interno passando prima per un filtro che trattiene le impurità esterne,
poi per l'accumulatore ceramico che questa volta cede il calore accumulato all'aria esterna più fresca, riscaldandola, restituendo così alla stanza, tramite la nuova aria, l'energia estratta nella prima fase. E così via.

Circa ogni due ore l'aria di una stanza è completamente ricambiata, perdendo solo una frazione del calore (il recupero termico arriva al 92%), senza immettere impurità e rumori dall'esterno come avverrebbe aprendo la finestra.

Ah, l'aggeggio costa circa 600 euro, e lasciandolo attivo 24h24 consuma 4 euro di corrente all'anno..

semplice. efficace. economico. Geniale.

imho,
G

22/01/07

Tecnologie wireless a confronto

confronto caratteristiche potenza, banda, canalizzazioni, portata, prezzo tra WiFi, HiperLan, WLL, WiMax p-mp e WiMax mobile, UMTS

WiMAX - come organizzare la discussione

come promesso eccoci pronti iniziare a lavorare sul WiMAX. Come detto è preferibile farlo via blog invece che via mailinglist perché il blog consente di archiviare e stratificare gli interventi e renderli disponibili anche agli interessati che monteranno sul carro mano a mano.

Come procedere?
sul blog proveremo ad organizzare i differenti temi in post "master" distinti per argomento trattato, così in ogni post ognuno di noi potrà esprimere il proprio punto di vista ed offrire elementi della propria competenza sull'argomento specifico.

i post "master", che inizialmente propongo sono:

- Tecnologie wireless a confronto
(confronto caratteristiche potenza, banda, canalizzazioni, portata, prezzo tra WiFi, HiperLAN, WLL, WiMAX p-mp e WiMAX mobile, UMTS)

- Tecnologia WiMax: lo standard Punto-Multipunto (fisso / nomadico)

- Tecnologia WiMax: lo standard Mobile

- canalizzazioni

- applicazioni

- illuminazione

- BTS e CPE

- situazione in Europa

WiMAX

WiMAX
tecnica – mercato - politiche
delle frequenze, delle infrastrutture, dei terminali

Gli esiti dell’avviata Consultazione AGCom determineranno la sostenibilità degli investimenti nelle infrastrutture wireless, e la tipologia di servizi attraverso esse veicolabili, che un domani potranno essere realizzate.

In particolare, il modo in cui verranno decise le canalizzazioni sulle frequenze condizionerà l'architettura topologica e l'effettiva banda a disposizione per il backhauling e l'accesso.

Non secondarie ovviamente saranno le modalità con le quali verranno assegnate le frequenze, il loro costo, se assegnate su base provinciale o regionale, se su base d'asta o tramite beauty contest, se saranno previste delle asimmetrie che premino i progetti di operatori non dominanti.

Ma per poter esprimere, nell’ambito della consultazione, un parere completo e corretto è necessario conoscere bene la tecnologia WiMax, spesso erroneamente indicata come una sorta di WiFi un po’ più potente, e come si pone nei confronti di altre tecnologie wireless oggi sul mercato.

Quali sono le reali performances della tecnologi WiMax? Quali i limiti? Quali i costi per gli impianti di rete? E per i terminali utente? Come si evolverà la curva dei costi? Ed in quali tempi? Quali sono le problematiche di illuminazione territoriale? WiMax come tecnologia per reti punto-multipunto o come evoluzione delle reti UMTS? E le altre tecnologie wireless (wifi, hiperlan, wll, umts) ?

In questo blog proveremo a dare una risposta a questi ed altri quesiti.

perchè IMHO ?

Perchè un blog ospita pareri, pensieri, argomentazioni, ma non postulati.

In My Humbling Opinion oltre ad un atto di modestia, è un esplicito rispetto delle idee altrui, ed un invito al confronto.

Imho, i blog invece che "blog" avrebbero dovuto chiamarsi "IMHO" ;-)

21/01/07

iPhone

allora, Jobs dice:

> “I don’t want people to think of this as a computer,” he said. “I think of it
as reinventing the phone.”

“We define everything that is on the phone,” he said. “You don’t want your
phone to be like a PC. The last thing you want is to have loaded three apps
on your phone and then you go to make a call and it doesn’t work anymore.
These are more like iPods than they are like computers.”

“These are devices that need to work, and you can’t do that if you load any
software on them,” he said. “That doesn’t mean there’s not going to be
software to buy that you can load on them coming from us. It doesn’t mean we
have to write it all, but it means it has to be more of a controlled
environment.”

ovvero: "Non voglio vendere telefonini, questo lo fanno già gli altri, così come in passato non ho voluto vendere playermp3, altrimenti sarei stato schiacciato da sony, samsung, etc.. Quello che ho fatto con l'iPod+iTunes è proporre un sistema semplice per l'utente per immagazzinare e gestire la propria musica, così semplice da essere utilizzabile anche a quegli utenti privi di una dimestichezza tecnica con l'uso dei files, dei convertitori mp3, con le directory, etc. Ed essendo iPod+iTunes eccezionalmente semplice e comodo ho abituato progressivamente milioni di utenti ad affezionarcisi, ma condizionandoli a preferire per i loro acquisti di musica digitale lo store itunes, che è talmente semplice, bello e facile da usare, che nessuno più pensa di acquistare musica digitale da altre fonti sul web. E ho deciso di adottare un sistema di drm/cp light, per consentire la medesima libertà che ha oggi l'utente nel scambiarsi la musica con gli amici. Così facendo sto puntando, oltre a vendere l'hardware, ad intermediare sempre di più il mercato della musica, spostando gli acquisti dai cd, che son venduti negli
store tradizionali e online, ad acquisti privi di supporto, per i quali oramai sono il re. Analogamente farò con la TV, consentendo inizialmente all'utente, tramite il stbxapple, di gestirsi il proprio patrimonio video in modo così semplice e così comodo che lo preferirà a qualsiasi altro sistema di riproduzione domestico, e sostituendomi progressivamente a blockbuster prima e ai network tv dopo, ovvero di spostare la maggiorparte del consumo e dell'acquisto di roba video su formati filebased distribuiti dalla mia piattaforma.

Ecco perché non ho voluto e non intendo aprire nessuna delle mie piattaforme non-pc,cioè l'iPod in nuovo iPhone e il nuovo stbx ad uno sviluppo software autonomo. Almeno non intendo farlo a meno che non veda che il mio tentativo di diventare il re nel settore dell'intermediazione audio/video/servizi non
fallisca. In questo caso mi accontenterò di vendere l'hardware solo come hardware e non come parte di un sistema, e pertanto aprirò agli sviluppatori. Infatti con l'iPod non ho aperto la piattaforma di sviluppo.

La quinta generazione ipod ha tutte le api e la potenza necessarie per poterci sivuppare su qualsiasi cosa, ma alle terze parti ho fatto sviluppare solo dei giochini, che mi servono a rendere ancora più attraente l'oggetto, sviluppare qualche ricavetto in più, e rendere ancora più "addicted" gli
utenti. Stessa cosa farò con l'iPhone, cercando però in futuro di intermediare alcuni altri importanti servizi, analogamente a quanto ho fatto sulla musica e mi accingo a fare con il video. Infatti i servizi non sono infrastruttura, ma software. E "chiunque ami fare software, deve progettarsi il proprio hardware". Ecco perché non offro ancora un client voip. Intanto rendo super diffuso il mio iPhone tramite Cingular, e non posso certo fargli sgambetti, e da qui a due anni, una volta che l'hardware dell'iPhone si è ulteriormente sviluppato e le vendite avranno raggiunto si spera i target attesi, e che si sarà stabilizzata la posizione e maggiormente svelata la strategia di soggetti come skype, allora deciderò se intermediare anche i servizi voce IP based, nonché e soprattutto i sistemi di pagamento
(diventando la nuova forma di moneta elettronica, perfettamente integrata con tutto il resto della piattaforma informatica personale dell'utente) e chissà, magari anche la pubblicità, oppure se invece aprire a skype/ebay/paypal, o a quello che sarà google, facendo accordi/M&A/etc.. Eh
sì, ho proprio intenzione di reinventare il telefono, e lo sto dicendo ai quattro venti...

Intanto tengo buoni gli utenti e gli sviluppatori spiegando che non è il caso di aprire la piattaforma di sviluppo per evitare di ritrovarsi in mano un iPhone che gli si introia di virus, di applicazioni bacate, di continui reset, etc..

E continuo con la mia strategia commerciale, ovvero produrre oggetti che siano particolarmente attraenti sul piano estetico, così da stimolare il desiderio di possederli e diventare oggetti di moda, così semplici da utilizzare da essere preferiti e consigliati con forza ad amici e parenti dagli stessi utenti, così potenti e ben costruiti da creare attorno un alone di fiducia e rispetto che stimola il riacquisto di altri prodotti e devices della stessa marca. Ed è grazie a tutto ciò che mi posso permettere di
insinuarmi come una serpe nell'intermediazione di contenuti, servizi, e pagamenti. E' un'operazione che nessuno a mai fatto, il campo è libero e sono l'unico a poterlo fare oggi come oggi: ho le idee, i capitali, i prodotti, la customerbase e la loro fiducia. Rischio di diventare in meno di dieci anni silenziosamente un colosso."


imho, very imho,
G

19/01/07

IMHO è nato

"Ma perchè non lo pubblichi sul tuo blog?"

Questa è una delle frasi che mi sento più spesso dire da amici e colleghi quando in una conversazione, in uno scambio di email, in un convegno, ho l'occasione di esprimere una qualche considerazione, speculazione, previsione, analisi etc.. che appare interessante, su i risvolti di un qualche argomento attinente i temi che seguo per interesse personale e per professione (e che in buona parte coincidono).

La risposta che normalmente do è "Perchè non ho un blog". E la replica immancabilmente è "Ma come, proprio tu non hai un blog?"

Ma è noto che i calzolai, le proprie scarpe, le hanno sempre rotte. E le mantengono rotte un po' per pigrizia, un po' perchè "tanto le posso riparare in un qualsiasi momento", un po' perchè si da priorità alle cose contingenti trascurando quelle personali.

E quindi la tipica giustificazione che si da è "Perchè non ho tempo! Fare un blog è un'attività time-consuming pressocchè giornaliera, non ho il tempo di starci dietro, purtroppo, ammiro chi ci riesce e con successo, ma io proprio non ce la faccio, mi manca il tempo mentale e fisico! Non riesco a leggere quelli interessanti degli amici più vicini, figuriamci gestirne uno tutto mio". Ma non è vero, è solo una scusa verso se stessi e verso gli altri. La verità, in molti casi, è che in realtà non si ha un motivo per farlo.

Allora, dal momento che il blog l'ho attivato, qual'è il motivo che ho trovato per dedicarci testa e tempo?

Beh, innanzitutto perchè l'abituale scambio di vedute con amici e colleghi via email o peggio, le innumerevoli conference call, sono un'ottimo strumento per condividere e sviluppare idee, ma sono anche il modo migliore per disperderle, per sprecarle, per limitarne la diffusione e lo sviluppo: la posta elettronica consente di aprire velocemente dei thread per scambiare vedute tra due o più persone e di archiviarli nella propria mailbox, ma ogni qualvolta si desidera allargare il giro di partecipanti al thread, ci sono limti nella reale riutilizzabilità dello storico dei commenti. Inoltre in un thread gestito via email o attraverso qualche forum tematico, si gestisce meno bene il fluire dei temi e dei pensieri fatti con i propri interlocutori. Perchè capita l'occasione di iniziare a discutere di un certo argomento casualmente con un certo gruppetto di persone e non con altre per puro caso o perchè non si è pensato di coinvolgerli o perchè non erano al momento disponibili, per poi sentire la necessità o il piacere di coinvolgere a distanza di tempo coloro i quali non avevano partecipato inizialmente, che però così si son persi le battute iniziali e tutte le sfumaure che hanno maturato e volto la discussione in una certa direzione. Per non parlare poi delle conference call o dei convegni e seminari, sempre interessantissimi e stimolanti ma che, come si sa, verba volant...

Il blog può essere un fenomenale strumento per evitare di disperdere conoscenza, anzi per poterla aggregare, conservare, diffondere, accrescere, mantenendo tutte o quasi tutte le sfumature delle discussioni.

Consente di lanciare o riprendere un tema, incollarci su i messaggi email già scambiati precedentemente con gli amici ed allargarne facilmente la condivisione con altri corrispondenti.

Ed io ho bisogno di questo. Ho bisogno che il gran lavoro intellettuale (dove per "gran", preciso per non esser tacciato di presunzione, intendo voluminoso) quotidianamente sviluppato nelle infinite confcall email, et.. non venga disperso, ma il più possibile condiviso. Quindi il mio blog innanzitutto come uno strumento collaborativo dove discutere tutti quanti assieme sapendo che su un blog nulla si perde, molto si stratifica, tutto si condivide.

Perchè un blog e non un forum o un'altro strumento collaborativo? Ma perchè consente di meglio leggere nella personalità di chi lo gestisce, e quindi di meglio cogliere la filosofia dei thread sviluppati.
I post "of-topic" pubblicati (tipicamente su piccole considerazioni o esperienze estemporanee di carattere personale) i libri ed i link consigliati, il "giro" di blog nel quale si è coinvolti, la tipologia e la qualità dei commenti ricevuti, etc aiutano a entrare in "intimità intellettuale" con il giro degli abituè del blog, e quindi sentirsi più a proprio agio nel esprimere a propria volta commenti o a suggerire temi di discussione. Un po' come quando si entra a casa di un vecchio amico, si sa già dov'è il bagno, il cane ti riconosce, se l'amico ti delega a fare il caffè per gli altri sai già dove trovare la maccinetta, il caffè e lo zucchero (in genere mai riposti in luoghi "ovvi"), e ci si permette qualche confidenza in più, che aiuta a dialogare di più. Perchè ci si conosce già bene. (per contro proviamo a pensare di come ci sentiamo legati quando entriamo per la prima volta in casa di un nuovo amico..i più timidi manco chiedono dov'è il bagno se devono far pipì..)

Il mio blog come una sorta di knowledge management informale e destrutturato. (e sul knowledge managemet credo che tornerò sopra, spero anche con il contributo di Paolo Valdemarin uno dei primi a cogliere la fondamentale importanza di strumenti di condivisione della conoscenza, o forse meglio della non-dispersione, all'interno delle organizzazioni e dei gruppi di lavoro, realizzando k-collector che consente di riassumere e sintetizzare in maniera strutturata informazioni prodotte in maniera destruttrata)

Quindi armamoci e partiam!